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Private equity, c’è spazio per analisti e business planner


Il mercato del private equity italiano continua a crescere, con nuovi fondi che entrano sul mercato e investimenti che vanno a gonfie vele. Tutto ciò si traduce in opportunità di carriera, specie per gli esperti di valutazione delle imprese, business planning e per chi è chiamato a gestire i rapporti con le banche.

Secondo un’analisi relativa al primo semestre 2005 e svolta dall’Associazione italiana private equity e venture capital (Aifi) con PriceWaterhouseCoopers, nella prima metà di quest’anno sono state 140 le operazioni di investimento portate a termine dagli operatori di private equity e venture capital attivi in Italia, per un controvalore complessivo di 1,2 miliardi di euro. Più del doppio di quanto registrato nell’analogo semestre dell’anno precedente (488 milioni) e appena il 18% in meno rispetto all’ammontare complessivamente investito in tutto il 2004 (1,48 miliardi di euro).

Un vero e proprio boom di questo tipo di fondi, che funzionano in modo molto semplice: investono grosse somme per comprare società, ristrutturarle e poi rivenderle a un prezzo più alto. Un boom confermato dal numero delle operazioni portate a termine, pari a 140, contro le 115 della prima metà dell’anno scorso. A guidare gli investimenti - si legge nello studio - sono state ancora una volta le operazioni di buy out (acquisizioni di maggioranza o totalitarie), pari all’82% dell’intero mercato e più che triplicate, sia in numero che in ammontare, rispetto al primo semestre 2004.

Al secondo posto, in termini di capitali investiti, figurano le operazioni ‘expansion’, cioè finalizzate allo sviluppo di imprese esistenti, che con 173 milioni hanno rappresentato una quota del 14% del totale, pari al 51% del numero complessivo di operazioni. Sempre più fuori moda, invece, le operazioni di start up (avvio di nuove imprese), pari ad appena l’1% del totale. E i settori che vanno di più sono la grande distribuzione, i beni alimentari e l’industria, mentre non si investe più granché in imprese high tech.

Fra l’altro il mercato italiano riserva un grosso potenziale di espansione per le società straniere di private equity e venture capital, molte delle quali sono già presenti e hanno in programma di crescere. Certo, per alcune società estere - spiega Davide Strempel del corporate finance advisor Strempel & Partners, "l’Italia può presentare qualche problema di ‘trasparenza aziendale’. L’affidabilità dei bilanci è un problema le cui origini vanno indietro nel tempo, e l’evasione fiscale uno sport nazionale. Ma il private equity può giocare un grosso ruolo".

La corsa agli investimenti rende particolarmente allentante il private equity per i neo-laureati e i banker che vogliono lanciarsi nel settore, forse il più interessante in campo finanziario e ben noto per le retribuzioni altamente competitive. Giorgio Veronelli, executive manager di Michael Page a Milano specializzato nel settore finanziario, spiega che nel private equity italiano “c’è forte richiesta di profili di alto livello”.

Si cercano candidati di prim’ordine, dunque: giovani, innanzitutto, con ottime capacità relazionali, studi nelle migliori università, magari un MBA in un ateneo di prestigio internazionale. Ancora meglio se si ha alle spalle un’esperienza in una banca d’investimenti, e la padronanza di diverse lingue. E, specie in Italia, contatti nei posti giusti, visto che bisogna essere piuttosto fortunati per accedere alla ristretta cerchia del private equity.

Le capacità strettamente professionali su cui i recruiter insistono sono innanzitutto l’intuito per le operazioni di valore (non solo di grossa taglia, ma anche relative a piccole e medie imprese). Conta molto, poi, la capacità di sintonizzarsi con le attese degli investitori, la comprensione e il sapersi concentrare sui capital gain di medio periodo delle operazioni.

Nel concreto, le figure professionali più ricercate sono diverse. Un ambito importante all’interno dei fondi di private equity è dato dai rapporti con le banche. “Sono importanti - spiega Veronelli - le competenze di gestione dei rapporti con le banche e le istituzioni creditizie in genere".

Vengono richieste anche competenze molto tecniche sul versante della valutazione di imprese (e non solo). E un altro ambito professionale che offre chance interessanti è quello del business planning. "Conta - spiega sempre Veronelli - anche l’esperienza in strategie di business planning e analisi di bilancio, quindi non solo tecniche di valutazioni di aziende vere e proprie".

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